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Gotham Chopra «La mia amicizia con MJ è stato un qualcosa di speciale»

di Gotham Chopra 26 Giugno 2009

Quando ero al secondo anno di università (alla Columbia di New York) e vivevo con 4 compagni di stanza , ogni volta che il telefono squillava c’era una folle corsa per andare a rispondere. Ognuno voleva sentire il “ciao” dall’altro lato della cornetta , nel caso in cui fosse il mio amico Michael Jackson ad avermi chiamato.

Nella gran parte di quei giorni Michael viveva al Four Seasons, a 60 isolati da dove vivevo io sulla Westside di Manhattan,vicino al Harlem. Avavo avuto il permesso di avere accesso alla suite di Michael, di prendere l’ascensore, di ordinare il servizio in camera e di guArdare film dalla scheda di Michael. Michael arrivava e ci mettevamo a lavoro. Stava lavorando ad un nuovo album, e mi aveva chiesto di aiutarlo a scrivere i testi delle canzoni. E’ stato un rapporto informale – me ne andavo in giro per la città con il mio zaino pieno di vocabolari e libri di rime. Michael canticchiava le canzoni e mi spiegava ciò di cui avrebbe voluto parlare attraverso di esse , univamo le nostre abilità e cercavamo di inventare qualcosa. Ne è uscita della roba grossa. Michael mi fece giurare di mantenere il segreto , e io ho rispettato facilmente la mia promessa.

Dopo aver terminato con quelle sessioni – che di solito duravano fino alle 2.00 a.m – Michael entrò in bagno e ne uscì con in mano un sacchetto che aveva tirato fuori da sotto il WC. In quel sacchettino c’erano diverse migliaia di dollari , lui (Michael) mi chiese quanto volevo. Io scrollai le spalle , e lui mi diede un paio di migliaia di dollari. Ben presto , rimessi i dizionari e i libri di rime nel mio zaino , chiamai i miei amici dicendo loro di trovarci al centro. Nel giro di un’ora eravamo al Flashdancers.

Michael è sempre stato invidioso quando gli raccontavo le esperienze che facevo con i miei amici. Più di una volta si era preparato – con una sorta di travestimento- per uscire con me , ma cambiava idea all’ultimo momento ,oppure la sicurezza gli negava di far questa cosa. Così si versava un bicchiere di succo di arancia , si preparava per la notte a guardare un vecchio film in tv. Mi chiedeva se volevo passare un paio di ore con lui , ed io accettavo con piacere.

La mia amicizia con Michael è stato un qualcosa di speciale per me , e mi piace pensare che sia stato lo stesso per lui. Nel corso degli ultimi anni ho sempre ritenuto poco consono raccontare l’inizio della nostra amicizia – ho conosciuto Michael quando avevo 15 anni e ci siamo subito trovati. Mi piaceva passare le mie giornate a Neverland , insieme a mia sorella , i miei cugini ed altri amici che si univano a noi. Un posto fantastico , pieno di caramelle , gite , film a tarda notte e con i migliori biscotti a cioccolato in assoluto. Allo stesso modo lui visitò casa nostra nel Massachusetts , dove dormì nella stanza degli ospiti. A mia madre faceva molto piacere che Michael ogni mattina , dopo aver dormito , cercava di riordinare il letto (senza riuscirci) , e che si offriva per preparare la colazione (non molto buona). Poi quando avevo 17 anni Michael mi chiese di partire con lui – si stava dirigendo in Europa per il Dangerous Tour , e voleva compagnia. Ho supplicato i miei genitori di lasciarmi andare e alla fine hanno accettato. Non fu un brutto modo di trascorrere le vacanza estive.

Nel corso degli anni , mentre Michael affrontava gli scandali che lo hanno coinvolto , ho riflettuto sulla mia esperienza personale da adolescente con lui. La gente mi chiedeva se avessi mai subito qualcosa di strano o di imbarazzante. A me piaceva rispondere dicendo la verità , che in tutti i miei anni con lui , in ogni singolo istante , Michael è sempre stato dignitoso e appropriato , senza mai far nulla che possa essere considerato scandaloso. E’ stato così semplice.

Tornando ai tempi del collage. Una sera lui mi chiamò in preda al panico. Si era appena sposato con Lisa Marie , e aveva bisogno di consigli sul sesso. Era incredibilmente nervoso , voleva che Lisa Marie rimanesse colpita dal suo ‘modo di fare’. Mi chiese se avevo qualche consiglio da dargli. Io gli risposi con una sola parola : ‘Preliminari’.

“Davvero?” ripose , “Alle donne piace davvero questo?”

Nel corso degli ultmi anni il mio rapporto con Michael si è evoluto ed è maturato. Entrambia siamo diventati papà , e questo era l’argomento principale delle nostre conversazioni più recenti degli ultimi mesi. Ci piaceva parlare di quanto sarebbe stato bello se i nostri figli sarebbero diventati buoni amici , proprio come noi. Michael ammirava il fatto che io fossi riuscito a trovare una moglie , a conservare il mio rapporto con lei e a guadagnarmene la fiducia. Gli piaceva scherzare sul fatto dei preliminari !
Quando Paris ebbe un incidente , pochi anni fa , lui chiamò mia moglie Candice (che è un medico) , chiedendoci di andare a casa sua per visitarla (per visitare Paris).
Paris era caduta da un albero e si era tagliata sotto un occhio in modo profondo. Michael era devastato e mi confessò che si sentiva il peggior padre del mondo. Io lo calmai e Candice aiutò Paris ad alzarsi dal letto, in modo da portarla al pronto soccorso, dove le vennero messi alcuni semplici punti di sutura. Quando informai Michael della cosa, mi tirò in bagno, da sotto la toilette tirò fuori un sacchettino con alcune migliaia di dollari e mi chiese quanto occorreva per il pronto soccorso.

Io scossi la testa : “Questo lo offro io.”

Riposa in pace amico mio .

Fonte: intent.com
Traduzione di Trilly-88 MJSFansquare forum

Miko Brando «Lui era sempre lì per me quando avevo bisogno di lui»

di Miko Brando 29 giugno 2009

Michael era il mio idolo. E’ stato la mia figura paterna quando mio padre è morto. E’ strano vivere senza di lui. Io non sarò mai più lo stesso e non so se riuscirò mai a superare questa perdita. E’ come perdere il proprio compagno, qualcuno che si è sempre pensato che ci sarebbe stato sempre. Non è giusto. Significava molto per me. Mi sento una persona diversa da quella che ero prima di giovedì mi sento intontito…. perso E’ stato un buon amico per così tanti anni.

Faccio tesoro del tempo che ho trascorso con Michael. Andavamo a fare shopping insieme, andavamo a Disneyland, a fare gite, passavamo il tempo a casa di papà. Lui veniva e ci accampavamo a casa di mio padre per un po’. Mi piaceva parlare di musica, mangiare insieme e divertirmi con Michael. Eravamo buoni amici, questo è il modo migliore in cui posso definirlo. Lui era sempre lì per me quando avevo bisogno di lui, e mi piacerebbe pensare che anch’io ero sempre lì per lui.

In realtà non ho un ricordo solo di Michael che spicca sugli altri. E’ difficile trovarlo quando si è stati amici per così tanto tempo. I miei migliori ricordi sono il tempo che abbiamo trascorso a parlare, lui che mi abbracciava, buone conversazioni, e quando lo facevo ridere, mi piaceva molto farlo ridere. Potevo dirgli delle cose, solo poche parole all’orecchio, e ottenevo una risata da lui. E accidenti, aveva una risata contagiosa.

Soprattutto, Michael era una persona molto premurosa. Aveva un sacco di amore nel suo cuore. Si preoccupava per tutti, in particolare per la gente per strada. Non era pieno di sé, non si sentiva superiore e cercava di trovare il tempo per tutti, perché non voleva ferire i sentimenti di nessuno. Se pensava di aver fatto qualcosa di sbagliato ne era turbato. Aveva più amore di chiunque io conosca.


Il Michael che vedevo tutti i giorni era uno che amava i suoi figli. Erano il suo obiettivo principale. Era un uomo molto impegnato, ma ha sempre fatto in modo che i bambini venissero accuditi.

Quanta gente non si rende conto di che buon uomo d’affari fosse Michael. Il tour che stava pianificando ne è un perfetto esempio. Era un perfezionista e sapeva esattamente cosa voleva e come ottenerlo. Tutto quanto riguardava il tour doveva essere approvato da Michael. Solo perché non è stato in tv o in pubblico di recente, non significa che non fosse impegnato e attivo. Un sacco di persone hanno ipotizzato che fosse veramente stressato dal tour, ma non credo che lo fosse. Erano le stesse procedure che aveva fatto per i tour precedenti.

Ho pensato se ci sono delle somiglianze tra Michael e il mio papà, e non ne trovo neanche una. Avete mai sentito “gli opposti si attraggono”? Credo che questo spieghi la loro amicizia. Non avevano assolutamente nulla in comune, ma quando erano insieme non si riusciva a separarli. Lui amava mio padre, e hanno trascorso molti giorni insieme a casa di papà e a Neverland. Erano molto vicini.

Michael è stato determinante nell’aiutare mio padre durante gli ultimi anni della sua vita. Per questo sarò sempre in debito con lui. Papà aveva difficoltà a respirare nei suoi ultimi giorni, ed era sotto ossigeno per gran parte del tempo. Amava stare all’aria aperta, per cui Michael lo invitava a Neverland. Papà conosceva tutti gli alberi lì, ed i fiori, ma essendo sotto ossigeno era difficile per lui andare in giro e vederli tutti, è un posto così grande. Perciò Michael gli ha fornito un golf cart con una bombola di ossigeno portatile in modo da poter andare in giro a godersi Neverland. Andavano semplicemente in giro, Michael Jackson, Marlon Brando, con una bombola di ossigeno in un golf cart.

Alcuni dei migliori momenti che ho trascorso con Michael erano quando stavamo seduti su una panchina nella Main Street di Disneyland. Stavamo solo seduti a guardare la gente. A volte Michael era travestito per non farsi riconoscere, ma lo riconoscevano sempre. Quando era di cattivo umore o un po’ giù, gli dicevo solo: “Michael, la panchina” e bastava per fargli cambiare umore. Se sapevo che voleva divertirsi, o semplicemente scappare, dicevo “andiamo alla panchina”, e andavamo.

Naturalmente Michael Jackson in un luogo pubblico come Disneyland era destinato ad attirare folle di gente, e a volte c’era la sicurezza del parco con noi. Ma loro non erano lì per proteggere Michael, erano lì per proteggere la folla. Non era mai davvero interessato a se stesso, ma che qualcuno potesse farsi male nella calca di gente che voleva vederlo. La gente semplicemente impazziva quando vedeva Michael Jackson.

Michael raramente piangeva, ma credo che sarebbe in lacrime per la reazione alla sua morte. Lui sarebbe sopraffatto e felice che così tanto dell’amore che ha dato gli sia stato restituito dalla gente che amava. Penso che prenderebbe un respiro profondo e direbbe solo grazie.

La famiglia sta ancora pianificando il funerale, ma penso che Michael avrebbe voluto che fosse una festa. Vorrebbe tutti lì. Amava i suoi fans. Sono stato intorno ad un sacco di grandi star del cinema, ma i fan di Michael sono oltre i semplici fan. Lui sapeva che i fan sono stati coloro che lo hanno reso quello che era, e non vorrebbe lasciare nessuno fuori. Ovunque andasse, i fan c’erano. Mi diceva che i fan sapevano sempre quello che stava facendo. Io non credo che qualcun altro abbia mai avuto fan del genere. Perciò Michael avrebbe voluto un funerale che includesse i suoi fan e li rendesse felici Lui avrebbe voluto dire: “Sono ancora con voi e saremo sempre insieme”. Lui era felice, e voleva rendere felici tutti intorno a lui. Alla fine, lui voleva amare. Soprattutto, Michael era amore.

Fonte: larrykinglive.blogs.cnn.com
Traduzione 4everMJJ MJSFansquare forum

John Landis «Era come andare a spasso con Gesù»

Silvia Maria Perfetti New York 30 Giugno 2009

42.669.747, e la cifra continua a salire. Questo il numero delle persone che, negli ultimi giorni, sono state su Youtube per vedere Thriller, il video di Michael Jackson diretto da John Landis. Abbiamo raggiunto il regista di questo rivoluzionario mix di pop music, cinema e zombie a Londra, dove sta preparando il suo nuovo film, Burke and Hare, sui celeberrimi assassini e commercianti di cadaveri nella Scozia ottocentesca. E lui ha accettato di parlare, per la prima volta, della superstar appena scomparsa.

Michael Jackson l’ha chiamata dopo aver visto Un lupo mannaro americano a Londra…
«Gli era piaciuto tantissimo, in particolare la metamorfosi del lupo mannaro ideata da Rick Baker. Così mi ha telefonato: “Voglio trasformarmi in un mostro!”. Gli ho portato un libro pieno di fotografie di mostri del cinema. “Che paura!” diceva con quella sua voce alta, tutto contento. Personalmente, non ero molto interessato all’idea di fare un video musicale, ma Michael era un star così enorme, Thriller era già l’album più venduto di tutti i tempi, che avrei potuto approfittare della sua fama per resuscitare la proiezione dei cortometraggi nei cinema. Infatti il video di Thriller è lungo 14 minuti perché è un “two reeler”, cioè dura due rulli, come una comica di Laurel e Hardy, o come un cartoon di Bugs Bunny. A Los Angeles Thriller è uscito in sala insieme a una riedizione di Fantasia. È stato un successo enorme. Inoltre, lavorare con Michael mi avrebbe finalmente dato la chance di girare un numero musicale di altissimo livello: non come quelli con John Belushi e Dan Aykroyd in Blues Brothers, che erano intenzionalmente goffi».

Come avete lavorato al design del video?
«Michael voleva a tutti i costi diventare un mostro ma, essendo il mio protagonista, non potevo renderlo troppo brutto. Così abbiamo scelto quel make up da “gatto mannaro” dietro a cui si intravedono ancora le sue sembianze. Poi abbiamo ambientato l’inizio del video negli anni Cinquanta – come un film da drive in alla I Was a Teen Age Werewolf. Così, quando con il balletto degli zombie si passa al look Anni 80, il salto culturale è molto divertente. Un’altra cosa importante era rendere Michael sexy. Nei suoi video precedenti era solo o ballava con altri uomini, qui invece gli abbiamo messo vicino una ragazza molto bella, Ola Ray, con quegli occhi enormi. Certo, il fatto che Ola fosse stata una playmate ci ha creato un po’ di problemi perché la madre di Michael è Testimone di Geova, ma alla fine abbiamo risolto anche quello. Michael mi piaceva molto. Ed era un gran professionista: lavorava sodo, non importa quante ore ci volessero per arrivare a un passo perfetto».

Lei ha raccontato che sul set di Thriller Jackson riceveva le telefonate delle star più impensabili: Fred Astaire, Marlon Brando, Nancy Reagan, Elizabeth Taylor… Perché lo amavano a quel modo?
«Non saprei. Era dolce, vulnerabile, un artista straordinario. Effettivamente, specie in quel periodo, Michael era il centro di una specie di uragano di superstar. E stranamente era amico di persone molto più anziane di lui: anche impensabili, come la moglie di Walt Disney, Lillian, o Fred Astaire. E Jackie Kennedy Onassis, che è venuta a trovarlo una notte sul set di Thriller. Stavano lavorando insieme a un libro. Pensandoci, è curioso. Michael non aveva amici della sua età: erano tutti più vecchi di lui o bambini».

Si può dire che «Thriller» abbia eliminato la segregazione razziale alla programmazione di MTV?
«Michael lo ha fatto per MTV prima ancora di Thriller, già con Beat It e Billy Jean: è stato il primo artista nero i cui video sono stati programmati regolarmente».

Come sono continuati i vostri rapporti dopo «Thriller»?
«Ci parlavo spesso, anche se ci vedevamo con meno regolarità. Michael è sempre stato circondato da moltissima gente. E la quantità di denaro che gli pioveva addosso era talmente inimmaginabile… Non sempre le scelte che venivano prese – a volte dallo stesso Michael – erano fatte per il suo bene… Non abbiamo lavorato insieme fino a quando, parecchi anni dopo, la Propaganda Films mi ha chiamato per il video di Black or White. Avevano tentato invano di farlo lavorare con David Lynch, David Fincher, Julian Temple… Alla fine hanno cercato me, sperando che Michael mi avrebbe ascoltato. Il mio vero compito era quello di presentarlo “al meglio”, cioè cercare di non farlo sembrare completamente matto. A differenza di Thriller, che era veramente un mio progetto, qui l’input era suo. Ma non è che avesse idee molto precise. Infatti Black or White è pieno di stranezze e incongruenze, come quella seconda parte senza musica in cui lui si trasforma in una pantera. Michael era un ballerino fantastico, ma usava gli stessi passi da dieci anni. Così nel video abbiamo introdotto quelle danze etniche, la thailandese, la russa, l’africana, per mostrare quanto fosse magnifico. Abbiamo girato anche un bellissimo numero di tip tap, che però lui mi ha costretto a tagliare».

Fisicamente era già molto cambiato?
«Sì. Tutta quella chirurgia plastica è una cosa che non ho mai capito. Sembrava quasi volesse cancellarsi. «Michael era una persona molto strana. Un grande eccentrico. Non posso parlare in nome suo. Certo, è difficile sopravvivere a una fama del genere. Elvis non ce l’ha fatta. Ricordo che una volta, insieme alla mia famiglia, siamo andati con Michael a Disneyworld. Era come andare a spasso con Gesù: la gente cadeva in trance quando lo vedeva, scoppiavano in lacrime, si buttavano a terra. Stupefacente. La sua scomparsa è un’autentica tragedia. E, come nel caso di John Belushi, mi dispiace per chi non ha avuto l’opportunità di vedere Michael live. Quando ti trovavi con lui in una stanza non percepivi una grande presenza: magrolino com’era sembrava trasparente. Ma sul palcoscenico era una bomba al neutrone: l’energia e il potere che emana erano incredibili. Ho visto concerti dei Beatles, di Elvis, di Sinatra, di Otis Redding, di James Brown… Michael era uno dei grandissimi. Si contano sulla punta delle dita quelli che possono animare un intero stadio come lui. Un performer immenso».

Fonte: www.lastampa.it

Steve Stevens «Per Michael la musica non era una questione di categorie»

di MJJLegacy 18 Aprile 2012

Steve Stevens è nato il 5 maggio 1959 a Brooklyn. Si innamora della chitarra all’età di 7 anni e scopre un panorama musicale popolato da artisti ormai divenuti leggendari, da Eric Clapton a Jimmy Page. Si iscrive alla prestigiosa LaGuardia High School for the Performing Arts, che serviva da sfondo al film e ai telefilm della serie Fame (Saranno famosi in Italia, ndt). Steve impara negli studios e lotta per lanciare la sua carriera. La svolta è arrivata nei primi anni ’80, quando incontra Billy Idol, ex cantante dei Generation X. I due uomini poi registrano una serie di tracce che catturano una certa follia propria degli anni ’80, con un sapiente mix di Hard Rock, sonorità Punk e talvolta Dance, il tutto con un look e una serie di immagini che spingono i limiti del Glam Rock (Eyes Without A Face, Flesh for Fantasy). Accanto al suo lavoro con Idol, Steve Stevens si avventura a suonare con ospiti illustri su progetti collaterali. Nel 1986, mentre l’album Whiplash Smile annuncia la fine della collaborazione tra i due uomini, Stevens riceve una telefonata che ricorda ancora: “Mi chiamò Quincy Jones e io avevo appena firmato un contratto con la Warner. Il mio direttore artistico si chiamava Ted Templeman, era il produttore dei Van Halen. Quincy e Ted erano amici e in realtà è così che Eddie Van Halen è finito su Beat It. Quando arrivò il momento di produrre il disco successivo, Quincy chiamò Ted e gli chiese: “Chi potremmo avere, visto che non vogliamo fare la stessa cosa?” Ted allora poi mi raccomandò a Quincy. Poi ricevetti una telefonata da Quincy Jones, vivevo a New York al momento. Il telefono squillò e pensavo che qualcuno si stesse prendendo gioco di me, così riattaccai. Il telefono squillò di nuovo e la voce disse: ‘Non riattaccare perché non è uno scherzo. Ted Templeman mi ha dato il tuo numero. Stiamo lavorando al nuovo album di Michael, dopo Thriller. Non ti interesserebbe venire a suonare in una canzone?’ Questo è come è cominciato”.


La sessione di registrazione permette a Steve Stevens di scoprire i metodi di lavoro del trio leggendario di Los Angeles (Bruce Swedien, Quincy Jones e Michael Jackson). Il newyorkese in realtà non pose che una sola condizione: che Michael Jackson fosse presente alla riunione. Si ricorda che Diana Ross aveva già usato i suoi servizi senza averlo incontrato. Stevens è convinto che il suo status non lo limita al rango semplice di musicista di studio e sente il bisogno di incontrare l’artista per il quale lavora per dare il meglio di sé. Una volta in cabina di registrazione, solo la musica conta: “La versione che ho suonato è durata qualcosa come 7 minuti. Registravano più o meno allo stesso modo che usavamo per Billy Idol. C’era ancora in testa la preparazione di remix dance, versioni estese e altro ancora… Sapevamo che la nostra musica veniva suonata nei locali notturni. Quindi non ci mancava il materiale per creare questi remix, ecc… Mi hanno spiegato che la canzone sarebbe stata accorciata e che mi davano la versione completa da suonare. E che ci dovevano essere 2 minuti di assolo di chitarra, oltre alla canzone stessa. E’ stato interessante vedere come lavoravano. Non era come alcune canzoni che avevamo registrato con Billy Idol. C’erano suoni più elettronici … beat elettronici tra gli altri. Non c’erano molte persone in studio, giusto quattro ragazzi (Michael Jackson, Quincy Jones, Bruce Swedien e Steve Stevens, ndr) riuniti in uno studio che cercano di fare buona musica. Questo mi ha messo piuttosto a mio agio perché alla fine ti rendi conto che sei lì per fare musica e una volta che si è lì tutte le altre questioni erano solo secondarie. Non facevamo che parlare di musica. Michael era molto focalizzato in quella direzione. Le cose che voleva e che chiedeva erano tutte idee cool. Aveva capito chi ero e quello che era il mio mondo. E ho cercato di dare il meglio di me. E’ stata una grande sessione di registrazione”.

Dopo il fenomenale successo di Thriller, Michael Jackson è passato dal rango di star a quello di superstar planetaria. Questa celebrità è inevitabilmente accompagnata da una marea di storie e di rumor. Alcuni giornalisti e attori del mondo del rock a quel tempo non lesinavano sui modi per cercare di diminuire la forza e l’impatto della musica di Jackson, per fargli pagare il prezzo di questa sovraesposizione mediatica. Steve Stevens dice di esserne stato inizialmente influenzato: “Avevo delle idee preconcette su questa canzone e su dove mi stavo dirigendo. La prima cosa che mi colpì fu che la canzone era molto più fosca e più “heavy” di quanto avessi immaginato. Ed era come se avesse un carattere sacro, con una sana dose di malvagità che era fantastico per me, perché come chitarrista tu desideri suonare in modo aggressivo. Ed ero molto felice di non andare a finire su una canzone Pop, era un titolo molto “dark” che mi ha permesso di lavorare bene sul lato “heavy” di quello che faccio”.

Michael Jackson è talmente affascinato dalla sua collaborazione con Steve Stevens che gli propone di partecipare alle riprese del video e apparire con lui sul retro della copertina del singolo. Oltre al suono, l’immagine e il look di Stevens permettono a Jackson anche di immaginare un’atmosfera apocalittica Punk-Rock glorificata nel cortometraggio realizzato a Long Beach nella primavera del 1988: “Le riprese video furono incredibili. Non potrò mai dimenticarle. Penso che molte riprese che non sono state incluse nella versione finale erano in realtà ancora più incredibili. Ad un certo punto, e purtroppo la telecamera non era nel posto migliore per filmare in modo corretto, stavo suonando e Michael si mise a correre sul palco e si infilò letteralmente tra le mie gambe. Si ritrovò dietro di me e mi prese la chitarra dalle mani. Le persone presenti impazzirono e cominciarono ad applaudire. Ma penso che l’angolo non era il massimo e non hanno ottenuto il miglior risultato per questo passaggio, e alla fine non si vede nel video. Durante le riprese ci sono quei momenti in cui non si filma e in cui la squadra prepara le altre scene. Michael ed io parlavamo di Rock & Roll. Mi ricordo che mi disse che il suo gruppo preferito erano i Queen, che conosceva Freddie Mercury e che aveva visto molti dei loro concerti. Mi aveva anche detto che per il suo tour successivo voleva proporre uno spettacolo visivo come quello dei Queen. Non avevo mai visto i Queen così gli spiegai come fosse un concerto di Billy Idol, lui non ne aveva visto nessuno. E mi fece anche alcune domande sui Motley Crue, voleva sapere se io li conoscevo. Non era così perché io stavo a New York, ma conoscevo i New York Dolls (ride). “

Il 5 Marzo 1988 Michael Jackson elettrizzò la folla del Madison Square Garden (New York). Si concludeva una serie di tre concerti dove si ritrovarono non solo tutti i grandi nomi del cinema e della canzone, ma anche giornalisti provenienti dai 4 angoli del globo che erano venuti a vedere la versione del 1988 del BAD Tour. Sul palco Michael ritrova Tatiana Thumbtzen, che è con lui nel cortometraggio The Way You Make Me Feel, e Siedah Garrett, sua partner in I Just Can’t Stop Loving You. Steve Stevens è il terzo ospite d’onore di questo leggendario concerto: “Arrivai alle prove e il coreografo di Michael (Vincent Paterson, ndr) cercò di spiegarmi dove avrei dovuto stare, ecc … e gli dissi: “Guarda, io sono un chitarrista rock, non sono un ballerino, verrò a fare le mie cose, ma se vuoi solo dirmi e spiegarmi quello che vuoi…” Allora mi chiese:” Vogliamo questa battaglia di chitarre con te e Jennifer Batten”. Gli dissi: “Ok, parlerò con lui e ci lavoreremo sopra”. Non avevo mai lavorato con un coreografo, è un altro mondo per me. Aggiunsi: “Questo rischia di essere confuso e non corrispondere a quello che vuoi, penso che dovrei vederla direttamente con gli altri musicisti e ti daremo quello che vuoi alla fine”-

Lavorando con Michael Jackson, Steve Stevens si rende conto che ha incontrato un artista che rifiuta di essere limitato a confini o etichette, una visione e una mentalità che il Re del Pop ha difeso per tutta la sua carriera: “Parlando con Michael durante le riprese video, ho capito quello che voleva creare per il suo tour. Voleva usare illuminazione Rock & roll, effetti speciali e pirotecnici, che non erano stati ancora presentati in un concerto R & B, Dance o di tutt’altro tipo. Pensò a degli elementi che la gente non si aspettava di vedere in una performance di Michael Jackson. Voleva mescolare tutti i tipi di ingredienti, ed era davvero bello, perché mi piace questa idea che qualsiasi cosa per lui era solo musica. Lui non cercava di dividere la musica e i musicisti in categorie… Per lui non c’erano categorie…”

Un quarto di secolo dopo la registrazione di Dirty Diana, Steve Stevens ricorda – e ci tiene a ricordare – l’importanza di un progetto timbrato Michael Jackson e l’impatto che ha avuto sulla sua carriera: ” Quello che si tende a dimenticare è l’impatto che possono avere i video di Michael Jackson. Quando questo video è stato trasmesso per la prima volta, mi ricordo – e avevo già partecipato a molti videoclip di Billy Idol a quel tempo – che il giorno dopo ero fuori a pranzo a Manhattan, e mai così tante persone mi avevano approcciato e fermato per strada perché firmassi autografi … Qualcosa come 25 o 30 persone solo quel giorno mi hanno chiesto l’autografo… semplicemente perché quel video era andato in onda il giorno prima su MTV. A quel tempo, la prima trasmissione di un video di Michael Jackson era una cosa enorme”.

Fonte: www.mjjlegacy-officiel.com
Traduzione 4everMJJ MJSFansquare forum

Eddie Van Halen racconta la sua collaborazione per Beat It

di Denise Quan, CNN 30 Novembre 2012

Eddie Van Halen siede su un divano del suo studio di casa, fumando una sigaretta elettronica e tuffandosi nei ricordi per il 30° anniversario dell’album capolavoro di Michael Jackson, “Thriller”.

“Sembra ieri, vero?”, dice sommessamente. “Sarebbe stato divertente lavorare con lui di nuovo”.

Van Halen fu un ospite a sorpresa in “Beat It”, il terzo singolo dell’album. Il suo rovente assolo di chitarra durava 20 secondi e ci volle mezz’ora per registrarlo. Lo fece gratis, come favore al produttore Quincy Jones, mentre gli altri Van Halen erano fuori città.

“Mi dicevo: ‘Chi saprà che ho suonato nel disco di questo ragazzo, giusto? Nessuno lo scoprirà’. Sbagliato!” ride. “Grandissimo errore. Alla fine è stato il Disco dell’Anno”.

Il membro della Rock and Roll Hall of Fame ha recentemente rivelato alla CNN cosa successe dietro le quinte della sua emblematica collaborazione con il Re del Pop.


CNN: Quando Quincy ti chiamò pensavi che fosse uno scherzo telefonico.

Eddie Van Halen: Me la presi con lui. Dissi: “Che cosa vuoi, fot…o e così via!” E lui: “Sei Eddie?” Io dissi “Sì, che diavolo vuoi?” “Sono Quincy”. E io pensavo tra me e me, “Non conosco nessuno di nome Quincy”. Lui disse “Quincy Jones, amico”. Ed io “Ohhh, scusa!” (ride)

Gli chiesi, “Cosa posso fare per te?” E lui disse: “Ti piacerebbe venire a suonare nel nuovo disco di Michael Jackson?” Ed io tra me e me pensavo, “OK, io e ‘ABC, 1, 2, 3’. Come può funzionare?”

Non ero ancora sicuro al 100% che fosse lui. Dissi: “Ecco cosa: ci vediamo domani al vostro studio”. Ecco, quando arrivai lì c’erano Quincy, Michael Jackson e gli ingegneri. Stavano facendo dischi!


CNN: Quincy ti diede una qualche indicazione su quello che voleva tu facessi?

Van Halen: Michael andò via attraverso il corridoio per registrare delle parti parlate su un disco per bambini. Credo fosse “E.T.” o qualcosa del genere. Perciò chiesi a Quincy, “Cosa vuoi che faccia?” E lui: “Qualunque cosa tu voglia fare.” E io “Fai attenzione a dire una cosa del genere. Se sai qualcosa di me, fai attenzione quando dici “Fai tutto quello che vuoi!”

Ascoltai il brano, e dissi subito “Posso cambiare alcune parti?” Mi voltai verso l’ingegnere e dissi “OK, dal breakdown, taglia in questa parte, vai a questo pezzo, dal pre-ritornello al ritornello, toglilo”. Impiegò forse 10 minuti per metterlo insieme. E io proseguii improvvisando due assoli.

Stavo terminando il secondo assolo quando entrò Michael. E si sa che gli artisti sono persone un po’ pazze. Siamo tutti un po’ strani. Non sapevo come avrebbe reagito a quello che stavo facendo. Così lo avvertii prima che ascoltasse. Gli dissi: “Guarda che ho cambiato la sezione centrale del brano”.

Ora nella mia mente o stava per farmi buttare fuori a pedate dai suoi bodyguard per aver massacrato la sua canzone oppure gli sarebbe piaciuta. E così la ascoltò, si voltò verso di me e disse: “Wow, grazie mille per la passione, per non essere venuto semplicemente per incidere un assolo, ma per esserti preoccupato della canzone e averla resa migliore”.

Lui era questo genio musicale con questa innocenza infantile. Era un così grande professionista e davvero un tesoro.


CNN: Questa collaborazione sorprese un sacco di gente.

Van Halen: Non dimenticherò mai quando la Tower Records era ancora aperta qui a Sherman Oaks. Stavo comprando qualcosa, e nel negozio suonavano “Beat It”. Arriva l’assolo e sento questi ragazzi di fronte a me dire, “Ascolta questo tipo che cerca di suonare come Eddie Van Halen.” Gli diedi un colpetto sulla spalla e dissi “Questo SONO io!” Fu divertente.


CNN: Come hai spiegato ai ragazzi della tua band che cosa era successo?

Van Halen: Dissi solo “Sapete (alza le spalle) Beccato con le mani nel sacco!” “Dave, voi eravate fuori dal paese!” “Al, tu non c’eri!” Non potevo chiamare nessuno per chiedere il permesso.

Purtroppo “Thriller” impedì al nostro album, “1984”, di andare alla n° 1 in classifica. Il nostro album era lì lì per andare alla n° 1 quando lui si bruciò i capelli in quello spot per la Pepsi, se ti ricordi. E boom, andò dritto alla n° 1 di nuovo!


CNN: C’è un album da allora che ha sconvolto le cose nello stesso modo?

Van Halen: Wow, non lo so.


CNN: Alcune persone citano “Nevermind” dei Nirvana come quello che ha causato una svolta musicale.

Van Halen: Ma non così. Non incrociando un’audience così. I Nirvana hanno avuto un impatto enorme, ma non piacevano a tutti.

Ho un grande rispetto per Michael. Si sentirà tantissimo la sua mancanza. Sarei curioso di sapere quello che avrebbe fatto ora.


CNN: Credo che Quincy abbia detto che ti ha pagato con due confezioni da sei di birra.

Van Halen: Sì, qualcosa del genere. In realtà me le portai io, se non ricordo male.

Penso di non avere nemmeno i crediti sul disco. Dice “Chitarra solista: punto Interrogativo” o “Chitarra solista: Frankenstein” (il nome della sua chitarra).


CNN: Hai più sentito Quincy?

Van Halen: Alla fine Quincy mi scrisse una lettera per ringraziarmi. Era firmata, “Il Fot…o Blah Blah Blah”, ce l’ho ancora. E’ molto divertente.

Fonte: edition.cnn.com
Traduzione 4everMJJ MJSFansquare forum

Kiki Chambers «Voleva così tanto amare ed essere amato»

di Jonatan Sverker 30 Marzo 2010

Quando Michael Jackson è morto nel giugno dell’anno scorso aveva da tempo cessato di essere un essere umano fatto di carne e sangue agli occhi del mondo. Era diventato una creatura timida e fiabesca che si nascondeva nel suo ranch di Neverland e tutti si sentivano liberi di speculare su di lui e sulla sua vita.

Incontrare Kiki Chambers è perciò un risveglio. Lei lavava i suoi vestiti, puliva la sua casa e lo ha osservato da vicino mentre giocava con i suoi figli.

“Io non voglio che il mondo lo ricordi come un pazzo, perché lui non lo era. Voglio che la gente lo ricordi come un uomo che voleva rendere questo mondo migliore e come un padre, quel ruolo che è stato il più importante per lui”, ha detto.

Lei, che ha osservato la superstar dall’interno, può anche testimoniare quanto la fama e la ricchezza possano essere dannosi. “Ho visto che prezzo si deve pagare quando il mondo ti venera. Noi dobbiamo adorare Dio, non le sue creazioni” ha detto.

Kiki Chambers ora vive in un piccolo paese nell’ovest della Svezia. C’è molta differenza con la calda California e la vita a Neverland, il ranch che Michael Jackson ha costruito nel cercare di ricreare la sua infanzia perduta.

Prende il suo portatile e ci mostra i video su YouTube da dentro la casa di Michael Jackson. Mostra il posto della cucina dove c’erano sempre le caramelle, le scale dove è caduta una volta. E poi gli altri video che mostrano le celebrità che venivano al ranch.

“Elizabeth Taylor era sempre molto carina quando veniva in visita. Altri non lo erano” ha detto.

Kiki Chambers ha lavorato a Neverland dal 1991 al 2003. Ha ottenuto il lavoro per caso.
“Ho conosciuto un uomo che lavorava per una società di costruzioni che ha lavorato a Neverland. Avevo l’abitudine di scherzare con lui, gli dicevo che se mai avessero avuto bisogno di una domestica dovevano chiamarmi. E l’hanno fatto”.

Lei era una delle domestiche che lavoravano a tempo pieno al ranch. Quando è stata assunta le è stato detto di non guardare Michael Jackson negli occhi o di prendere l’iniziativa di parlare con lui. Kiki Chambers è una persona molto semplice e loquace, che ha dovuto sforzarsi per seguire queste regole. Aveva l’abitudine di fargli delle battute e una volta ha pensato di aver esagerato, ma mentre altri sono stati mandati via lei è sempre rimasta.

“Una volta mi ha chiesto perché nessuno parlava mai con lui. Ho dovuto dirgli che queste erano le regole che ci avevano dato, ma non capiva il perché, lui in realtà non aveva stabilito queste regole” ha detto.

Ricorda che i primi anni erano felici e gioiosi. A Michael Jackson piaceva giocare con i bambini che venivano a visitare Neverland.
“Amava ridere, era gioviale e felice”, ha detto.

Ma nel 1993 Michael Jackson fu accusato di molestie sessuali su un ragazzo di nome Jordan Chandler.
“Dopo l’accusa, che sono sicura fosse falsa, cambiò. Non era più felice come prima” ha detto.

Col passare del tempo Kiki Chambers instaurò un rapporto di amicizia con Michael Jackson.
“Lui mi diceva che poteva sentire la mia risata per tutta la casa” ha detto.

Qualche volta a tarda notte si sedevano in una stanza per delle lunghe conversazioni. A volte le chiedeva consiglio perché c’erano così tante persone che volevano stargli vicino per avvalersi della sua fama.

“Mi chiedeva se poteva fidarsi ad esempio di una persona o di un’altra. Era difficile, non stava a me giudicare di quali persone dovesse circondarsi” ha detto.

Sempre più medici cominciarono a venire a Neverland. Gli prescrivevano vari tipi di medicinali. Kiki Chambers si rese conto che c’era qualcosa che non andava. Michael Jackson poteva comportarsi normalmente un momento ed essere completamente sotto l’effetto dei medicinali il momento successivo.

“Era difficile. Ero solo una domestica, ma quando diventava una mia responsabilità, come essere umano, fare qualcosa? Che cosa potevo fare? Chiedevo a Dio: Perché sono qui?”

Tutti coloro che hanno lavorato per Michael Jackson cercavano di mantenere questo segreto perché sapevano che tipo di scandalo avrebbe causato nei media. Per Kiki Chambers è stata una cosa difficile da fare.

“Una notte uno dei miei responsabili mi ha detto che avevano dato dei farmaci a Michael. Ma qualcosa era “sbagliato”, lo si poteva capire solo guardandolo e avevo paura. Dopo questo episodio ho detto al mio superiore che se fosse accaduto di nuovo avrei chiamato il 911, non mi importava delle conseguenze. Perché sapevo che non avrei mai potuto vivere con la consapevolezza di non aver fatto nulla se fosse morto”.

Essendo cristiana ha cercato di influenzare Michael Jackson in modo positivo. Gli ha dato dei libri cristiani e ha scritto dei versi della Bibbia sulla bacheca della cucina, sui quali lui ha fatto dei commenti di apprezzamento.


“Voglio che la gente sappia che Michael credeva in Dio, non c’è nessun dubbio su questo”, ha detto.

Una volta, Michael Jackson e il suo staff sono andati in città per delle commissioni. Un amico cristiano di Kiki Chambers lavorava in un albergo vicino. Lei ha chiesto a Michael Jackson se voleva vederlo e lui ha detto di sì.

“Abbiamo iniziato a parlare e quando stavamo per andare via, il mio amico mi ha chiesto se potevamo pregare insieme. Abbiamo unito le nostre mani e il mio amico ha iniziato a parlare ‘in lingue’. Nella mia mente ho detto a Dio, spero davvero che tu sappia cosa stai facendo. Mentre andavamo via c’era un altro gruppo che chiedeva in quale lingua pregasse. Michael ha spiegato, con grande naturalezza, che il mio amico parlava una lingua di preghiera e ha spiegato loro che cosa questo significhi”.

Quando il World Trade Center di New York è stato attaccato Michael Jackson era davvero scosso. Ha riunito tutto il personale all’esterno per tenersi per mano.
“E poi mi ha chiesto di pregare Dio. Ero stordita, ma lui ha continuato: Kiki Prega, fallo. Dentro di me ho chiesto a Dio di aiutarmi e adesso non mi ricordo nemmeno quello che ho pregato”.

Nei primi anni 2000 il mondo di Michael Jackson ha iniziato a sgretolarsi sempre di più.
Un altro ragazzo, Gavin Arvizo, l’ha accusato di molestie sessuali. Kiki Chambers è pienamente convinta che MJ era innocente di tutte le accuse e crede invece che i genitori del ragazzo cercassero solo soldi.

“Quali genitori lasciano i figli per settimane a casa di qualcun altro? E’ stato davvero irresponsabile. E i bambini erano viziati e manipolatori. Ci chiedevano sempre cosa c’era per cena e poi esigevano qualcos’altro solo per farci lavorare di più. Poi ci chiedevano gli alcolici minacciandoci di farci cacciare se non glieli davamo” ha detto .

Il circo mediatico che ne è derivato ha fatto cadere Michael Jackson in depressione.
“Lui si domandava perché la gente lo chiamava “Wacko Jacko”, ne era molto turbato ed era davvero doloroso per lui “.

Kiki Chambers descrive Jackson come una persona molto complessa. Dice che era un uomo d’affari esperto, ma poteva letteralmente buttare via il denaro per i suoi presunti “amici”. Era timido e riservato, ma una sorta di megalomania gli aveva fatto costruire delle statue di se stesso.

“Voleva così tanto amare ed essere amato” ha detto.

Ciò che riteneva la cosa più importante per lui erano i suoi tre figli. Kiki Chambers ha detto che era un buon padre, anche se lottava con la sua dipendenza dagli antidolorifici.
“Amava i suoi figli, ha sacrificato se stesso per loro. Non ha mai avuto privacy da bambino. Quindi era molto meticoloso sul come crescere i propri figli, per questo copriva i loro volti quando uscivano”.

Nel 2003 Kiki Chambers ha lasciato Neverland. L’ultima volta che ha incontrato Michael Jackson è stata al processo del 2005 dove ha testimoniato.

“Michael mi ha chiesto come stavo e gli ho detto che stavo bene. Ma lo misero in guardia che non gli era permesso parlare con i testimoni”.

Dopo non ha avuto più rapporti con lui, anche se aveva ancora degli amici nello staff. Nel frattempo, ha pregato per lui e ha sperato, ma lo scorso giugno è arrivata la chiamata che temeva di più.

“È ancora troppo doloroso parlarne e non sono ancora riuscita ad affrontare il lutto. Vedo il suo viso sui giornali e leggo così tante bugie su di lui. Non so come affrontare tutti i sentimenti che ho, ma io prego Dio e so che tutto è nelle sue mani adesso”.

Fonte: www.dagen.se
Traduzione 4everMJJ MJSFansquare forum

Michael Jordan incontra Michael Jackson per il video “Jam”

di Jared Zwerling | ESPN The Magazine 14 Marzo 2013

Michael Jordan e Michael Jackson: due leggende che si uniscono per un video memorabile.

Lo scorso mese, il mondo ha celebrato l’eredità di Michael Jordan con il suo 50° compleanno. Ma forse la cosa più cool che ha fatto fuori dal campo nella sua carriera, nella lontana primavera del 1992, è stata dimenticata.

In quel momento Jordan, il più grande atleta del pianeta, collaborò con il più grande artista musicale, Michael Jackson, per il video della sua canzone “Jam”. Quando si è verificato, non solo i video musicali erano nel loro periodo di massimo splendore, ma anche il mondo dello spettacolo non aveva mai visto un’interazione di tale portata su scala globale. E in più, MJ e MJ avevano un “ring” speciale per questo.

All’epoca, Jordan ricordò: “All’inizio ho detto, “non so se voglio farlo, perché questo ragazzo sta cercando di farmi fuori a ballare, e questo poteva essere davvero imbarazzante. Ma poi mi sono detto: ‘Be’, accidenti, è Michael Jackson. Quando mai puoi avere l’opportunità di conoscerlo amichevolmente per un pò, e allo stesso tempo, arrivare a fare un suo video? Così ho cambiato idea e l’ho fatto”.

Ventuno anni dopo, ESPN Playbook ha catturato in esclusiva i molti momenti “dietro le quinte” mai condivisi prima, da Jordan e da Jackson mentre lavoravano insieme. Ecco il regista di “Jam” David Kellogg e il produttore Phil Rose, entrambi stanno ancora lavorando attivamente insieme su spot pubblicitari, con i loro vividi ricordi dalla ripresa che capita una volta nella vita, che comprendeva inoltre i rapper Heavy D e Kris Kross:

LA PROGETTAZIONE

Kellogg: Michael Jackson aveva combinato con Jordan, quindi sapevamo già che stava per arrivare. Penso che Jackson abbia parlato prima con Jordan. Jordan era più difficile da raggiungere. Michael Jackson è davvero la sua musica, quindi è sempre in qualche modo disponibile. E’ nei video. Nonostante avesse pochi impegni extra, Jordan era certamente più difficile. Lo abbiamo fatto a Chicago giusto per lui.

Rose: Sandy Gallin, manager di Jackson all’epoca, è stato il più coinvolto con la gestione di questo (video). So che Michael era un grande fan di Michael Jordan. Quando sei a quel livello, se vuoi lavorare con qualcuno di cui sei un fan, sono sicuro che è abbastanza facile da capire.

Rose: Penso che originariamente fosse il coreografo di Michael, [Travis Payne], che avrebbe dovuto dirigere [“Jam”], ma Michael si stava preparando per un tour mondiale e [Payne] stava per impazzire. David è entrato nella mischia. Le prime conversazioni che abbiamo avuto sono state durante il viaggio verso l’aeroporto per discutere di quello che stavamo andando a fare a Chicago. “Jam” è stato il nostro primo progetto insieme, ma io ne avevo fatti altri per Michael. Avevo fatto una canzone intitolata “2300 Jackson Street,” dove c’era tutta la famiglia Jackson, che è stato interessante, e poi ne ho fatto uno in Germania con lui e Slash, dopo “Jam”.

Kellogg: Quello era il mio primo video musicale di Michael Jackson. A quel tempo, avevo fatto video musicali per Lionel Richie, Dave Matthews, un sacco per Quincy Jones, David Crosby.

Rose: Una volta che l’idea [per “Jam”] fu elaborata, mi hanno poi ingaggiato per incontrare il regista iniziale, e quindi pianificare il budget e cominciare a cercare dove potevamo girare, che sarebbe stato a Los Angeles su un palcoscenico insonorizzato. Il budget era considerevole per l’epoca. Era più basso [che] i [soliti] budget che Michael stava utilizzando in quel momento, ma era ancora piuttosto considerevole, più di 1 milione di dollari. Stavo lavorando alla “Propaganda Films” all’epoca, e poi sono passato diritto a lavorare con David e abbiamo trasferito l’idea a Chicago. Fu a causa del programma di Jordan, stava giocando lì in quel momento. Inoltre erano in corso [fine aprile/inizio maggio] i disordini di Los Angeles.

Rose: Non avevamo alcuna location messa al sicuro. Penso che arrivammo letteralmente il giovedì, e avevamo programmato di iniziare le riprese il giovedì successivo. Ed entro quel lasso di tempo, dovevamo trovare una location, renderla sicura e poi, naturalmente, costruire questo pavimento e il campo di basket, e poi abbozzare una serie di schizzi. Così è stata letteralmente una cosa run-and-gun (“corri e tira” è una tattica del basket che prevede un ritmo di gioco molto alto,ndt).

Abbiamo cominciato a cercare cosa fosse disponibile in città, e se c’era qualcosa che era vicino a dove i “Bulls” stavano giocando in quel momento. Penso che sia stato il South Side di Chicago. Era (un luogo) piuttosto depresso, quindi non c’erano molti capannoni industriali lì che avevano un soffitto abbastanza alto. Poi abbiamo notato che c’era questo vecchio arsenale bombardato, siamo entrati e dato un’occhiata in giro, ed era perfetto. Aveva un enorme spazio aperto in un punto credo per una perforazione. Era una discarica e lo scenografo, Rob Pearson, ci aveva inserito un campo da basket a grandezza naturale. Voglio dire, era surreale solo essere in questo tipo di edificio completamente vecchio e ci ha assemblato questo splendido pavimento da basket.

Kellogg: Avevamo veramente disponibilità (di denaro) illimitata.Era abbastanza grande quello che avevamo costruito, perché siamo andati in una specie di magazzino vuoto, una vecchia fabbrica, e non era male. Non era in un quartiere particolarmente buono, ed era veramente incasinato. Non sapevo che cosa stava accadendo lì dentro, ma era un casino. Il pavimento era davvero scadente ed era veramente sporco.

Rose: Ho avuto un incontro con il capo della polizia locale e tutto il resto, senza rivelare chi c’era nel video, così lo abbiamo descritto come uno spot della maionese della Hellmann, in modo da non attirare l’attenzione su di noi. Lo stesso programma, lo abbiamo [i veri dettagli del video] tenuto alla larga dalle liste della troupe. Qualsiasi tipo di materiale stampato era sostanzialmente indicato come uno spot della maionese.

GLI ARRIVI

Rose: Quando Michael Jackson arrivò [sul set], era molto riservato. Il suo bus entrò e poi si accampò tra il bus e l’edificio. L’intera passerella era nascosta. Nessuno poteva vederlo. Il capo della polizia era proprio come, “Non posso credere che tu non mi abbia detto che era Michael Jackson. Questa è una follia. Dobbiamo avere più polizia qui. Ci potrebbe essere una bolgia”. Ero come, “OK, mi dispiace, mi dispiace.”

Michael era sul set probabilmente da circa un paio d’ore, e poi entrò Michael Jordan. Era appena entrato guidando la sua BMW. Arrivò sul set con l’auto, e parcheggiato, scese. Il capo della polizia mi guardò “Mi stai prendendo in giro , c****!” [ride] Dissi: “Beh, in realtà ci sono Michael Jordan e Michael Jackson insieme”. E lui era come, “Oh mio Dio”. Così hanno rafforzato la sicurezza. Credo che la vigilanza fosse più in fermento intorno a Michael Jordan che su Michael Jackson.

LE RIPRESE

Kellogg: Sapevo che questi ragazzi erano degli interpreti dal fisico davvero interessante. Sapevamo che dovevamo intersecarli entrambi ognuno nel mondo dell’altro. Un sacco di volte nei video musicali, basta avviare la musica e le persone iniziano a fare qualcosa. Ad un livello base, Michael Jordan stava insegnando a Michael Jackson come si gioca a basket, e Michael Jackson stava insegnando a Michael Jordan come ballare. Questo non è mai stato scritto. Hanno prima giocato a basket. Noi avremmo dovuto solo mettere la musica e lanciare lì un pallone da basket, lasciarli giocare e vedere cosa succedeva. Poi credo che abbiamo detto a Michael Jackson: “Beh, mostragli come fare il moonwalk”. La musica stava suonando a quel punto, quindi non abbiamo registrato l’audio. Onestamente, siamo ritornati sull’audio e abbiamo in qualche modo campionato la voce di Michael Jordan a quella [scena] usando il tizio dal cartone animato di Michael Jordan. È stato fatto più o meno due settimane più tardi. Quello che abbiamo fatto era di qualità mediocre [ride]. Michael Jackson ha fatto la sua parte.

Rose: C’era molta improvvisazione, soprattutto quando si lavora con due persone del genere i cui programmi sono quello che sono. La forza di Michael [Jackson] è la performance, ovviamente, e la forza dell’altro Michael è lo sport. Jordan era un pò goffo nel ballo, devo dire, e direi che il tiro in sospensione di Michael era probabilmente fiacco come il ballo di Jordan [ride]. Così in realtà si è trattato solo di catturare i momenti tra di loro e quindi di utilizzare il filmato che avevamo assemblato.

Kellogg: Michael Jackson e il suo team erano davvero preoccupati per l’illuminazione. Non era un segreto questo. Non c’erano regole con loro due insieme, ma questo era solo quando [Jackson] si esibiva che tenevano molto all’illuminazione. A loro davvero non piaceva nessuna illuminazione laterale perché credo che lui pensasse che la sua faccia fosse davvero spigolosa e l’ombra non gli piaceva molto. Non gli piaceva la luce che proveniva lateralmente, avendo un’ombra su un lato del suo viso. Preferiva l’illuminazione direttamente di fronte e abbastanza tenue, quindi dietro la macchina da presa ci sarebbe stata solo una specie di muro di luce.

In un certo senso, c’era una bella illuminazione come faresti per uno spot di makeup. Lui era davvero particolare per questo. Aveva una controfigura che avremmo usato per attestare la luce e ogni altra cosa, prima che Michael uscisse. Quello era il momento in cui indossava molto quel tipo di mascherina chirurgica. Ma io pensavo che sembrava fantastico. Ha ricevuto una cattiva reputazione per quello.

Sembrava molto naturale. Voglio dire, in realtà era una sorta di documentario più che di cinematografia. Ero sul set ogni minuto ed era così surreale. Nella nostra attività a volte, David e io scherziamo su questo, quando si sta filmando un’acrobazia o un’esplosione, dico sempre a David: “Guarda che è reale, perché puoi sempre guardare il replay dopo”. Ma quando si lavora con due star del genere, è come se ogni minuto fosse reale. Sei solo affascinato.

Rose: Una cosa che ha reso [il video] un pò più costoso, in quanto avrebbe potuto essere fatto più in economia, è che dovevamo illuminare ogni singola opzione. In altre parole, in un set cinematografico tradizionale, per esempio, stai girando qualche scena in una stanza, dovresti riprendere un attore, poi riprendere l’altro attore e ri-illuminare. Ma poiché avevamo il tempo limitato con entrambi i Michael, abbiamo illuminato quell’intero edificio con qualsiasi tipo di scelta che potevamo desiderare. Questo è uno dei motivi per cui il budget è stato un pò più alto di quello che sarebbe stato normalmente.

Kellogg: Siccome lo abbiamo fatto come uno spot della maionese, nessuno ci ha disturbato. La gente si stava chiedendo cosa stesse succedendo dentro e fuori. Alla fine, c’erano parcheggiate grandi auto e camper. Michael Jackson era davvero gentile. C’era una folla di persone fuori e lui andava di tanto in tanto alla finestra a dire “ciao”. Credo che le persone fossero, onestamente, un pò più eccitate per Michael Jordan, probabilmente perché lì era la sua città natale.

Rose: Non c’era nessuna stampa presente [ad eccezione della NBA Entertainment] perché avevamo nascosto [il video] così bene da sembrare ciò che non era. Voglio dire, la polizia era piuttosto arrabbiata che non li avevamo avvisati in anticipo, ma mi sembrava che potesse essere la scelta migliore. Verso la fine, ha iniziato a esserci un sacco di folla radunata. La presenza della polizia aumentò, ma era verso la fine del nostro ultimo giorno di ripresa, così abbiamo gestito l’entusiasmo appena in tempo.

LE PERSONALITÀ

Kellogg: Sono entrambi persone molto gentili e facili con cui lavorare. Penso che si piacciano davvero, e potevi vederlo. Michael Jordan era davvero disponibile, si imbarazzava più degli altri. Michael Jackson è un ragazzo, portò sul set palloncini d’acqua, pistole ad acqua e macchine telecomandate. Jackson era scherzoso con Jordan, era felice di correre con un pallone da basket. E’ stato divertente osservarli. E’ stato interessante in quanto si tratta di due performer davvero bravi. Michael Jackson è solo uno scarso giocatore di basket e Michael Jordan non poteva raggiungere Michael Jackson nel ballo. E’ stato divertente vedere che era come
“Wow, possono controllare il proprio corpo in modo completamente diverso.”

Rose: Non c’era molto da fare senza Michael [Jackson]. Quando Jordan era sul set, è interessante perché Michael Jackson è più un tipo tranquillo e riservato e si rifugiava nella sua roulotte, Michael Jordan era completamente felice di stare in campo e tirare alcuni canestri. Poi ci sono stati alcuni bambini che abbiamo fatto entrare. Non credo che gli abbiamo rivelato che avrebbero giocato, quindi per loro era come un sogno diventato realtà, entrare e vedere questo specie di surreale campo da basket nel centro di questa armeria. [Jordan] è stato grande. Era decisamente cool. Non era quel tipo di persona scostante con tutti. Era veramente cordiale e amichevole.

Kellogg: Abbiamo avuto Jordan per circa tre giorni, e un giorno sapeva che sarebbe stato lì solo per due ore. Ricordo mentre mi guardava dietro le spalle picchiettando il dito sul polso come se stesse indicando il suo orologio. Sapeva che ora era e sapeva che noi eravamo il tipo di persone che avrebbero prolungato questa cosa. Sapeva che aveva fatto sufficienti riprese a quel punto. Credo che la sua attenzione sia di lunghezza pari ad una partita. Diciamo che per lui è difficile da mantenerla. Eravamo un pò preoccupati del fatto che avremmo perso Michael Jordan. A volte si fanno delle piccole cose per trattenere le celebrità, e credo che gli abbiamo preso una di quelle auto tipo dei campi da golf, come un video gioco, per mantenerlo interessato.

Rose: Michael [Jackson] lavorava in un modo molto particolare, così molti dei miei rapporti non sono mai stati direttamente con lui perché è così riservato. E’ così gentile nel suo essere, che sono stati sempre i suoi collaboratori gli intermediari tra di noi.

Un classico esempio del modo di lavorare di Michael è stato in uno dei nostri giorni di ripresa, chiamai per dire: “Michael, abbiamo bisogno di te sul set,” e i suoi collaboratori: “Beh, ci sarà più tardi.” E io dissi: “Oh, ok, bene possiamo probabilmente riempire la giornata con un pò di lavoro, ma a che ora pensate che sarà qui?” E loro, “Beh, probabilmente sarà lì tra un paio di giorni.” Ho detto, “Aspetta, siamo a Chicago. Era qui solo ieri. Che cosa è successo?” Hanno detto: “Aveva un appuntamento a pranzo”. E io ho detto: “Oh, bene, lo può annullare perché [l’allestimento del video è] caro?” E loro: “Oh, è con il Presidente”. [George Bush all’epoca] Così ho pensato: “Oh, OK [ride].” Il suo programma è molto più impegnativo del mio. Abbiamo cessato l’attività per quel pranzo di Michael, e siamo ritornati a Los Angeles fino al suo ritorno a Chicago.

Kellogg: Mi ricordo che Michael Jackson era piuttosto malato. Non so se aveva avuto l’influenza o cosa durante questo video. Michael Jackson stava seduto in un angolo. Volevamo montare una ripresa e lui sembrava star male, come non in forma. Ma non appena mettevi la musica, lui si faceva avanti. Essere a 3 metri di distanza, è abbastanza impressionante vederlo. Era davvero stimolante. Penso che la troupe e tutti gli altri erano come, “Come può risollevarsi così tanto ed essere così energico e così forte?” Era piuttosto sorprendente. Ovvero quel genere di cose che ti raggelano fino alla spina dorsale. Questo è probabilmente uno dei miei più grandi insegnamenti dell’intera ripresa, del tipo, “E’ solo adrenalina? Da dove viene?” Mi ha fatto pensare molto riguardo una performance vincente, come in un modo sportivo.

Non abbiamo davvero forzato Michael Jordan. Era nel bel mezzo della stagione e non volevamo creare problemi. Avevo fatto altri spot con degli atleti e quando lavorano durante il giorno, e poi vanno a giocare di notte, a volte non giocano così bene, e mi sentivo davvero come personalmente responsabile.

L’INCONTRO

Kellogg: Col senno di poi, in realtà era un video molto speciale su cui lavorare, e credo che alla gente sia piaciuto. I video musicali sono un forma d’arte che oggi sta scomparendo, ma allora era un’altra epoca. Avevamo molta libertà creativa.

Rose: Penso che alla gente sia piaciuto veramente molto, perché era un punto di partenza per Michael Jordan, perché lui è questa figura sportiva e non sapevo se l’avesse mai fatto prima. Penso anche che David avesse un modo davvero unico nel montaggio, quindi penso che nel complesso fosse (un video) veramente nuovo per l’epoca.

Quando MTV uscì per la prima volta, era l’unico posto dove andare e vedere la musica. Ora, si può andare ovunque e vederla. Ho fatto video musicali, spot pubblicitari, spettacoli televisivi e film, e posso dire che la libertà più creativa che abbia mai avuto è stato in un video musicale, come [“Jam”]. Avevi una piccola somma di denaro e potevi andartene e fare quello che sai fare. Sembrava proprio esserci un sacco di creatività là e a volte l’aggiunta di più denaro non lo rendeva (il video) necessariamente più creativo.

UN RICORDO PERSISTENTE

Kellogg: Non ha nulla a che fare con la regia, ma ci sono stati momenti in cui erano insieme e cercavi di metterlo nel video. E’ arduo riunire le persone in quel modo. Io davvero non so che tipo di relazione avessero. Era possibile che non si fossero mai incontrati prima. Entrambi erano al loro massimo e a questo genere di cose non ci avevo davvero pensato. Se potessi farlo di nuovo, probabilmente cercherei di catturare quel momento. Quello era quel tipo di video e in un certo senso, l’ho perso.

Rose: Non è proprio una conversazione specifica, ma ancora riguarda solo Jordan. Piuttosto il modo in cui è, come è disponibile, un tipo simpatico. Gli ho detto una volta, “Saremo pronti per te in 10 minuti”, e lui ha detto, “Non posso fare una cazzata in 10 minuti [ride]”. Penso che sia stato proprio il suo essere completamente autentico. Ero impressionato da qualcuno che ha quel tipo di fama, che affronta la cosa proprio come un ragazzo normale.

Fonte: espn.go.com
Traduzione Niki64.mjj MJSFansquare forum

Emmanuel Valdez ci racconta come MJ è diventato uno dei protagonisti di un videogioco

di Emmanuel Valdez 7 Luglio 2009

Il giorno del suo memorial allo Staples Center, ho pensato che fosse opportuno rendere omaggio all’unico e solo Michael Jackson. Ho avuto la fortuna di lavorare con Michael su un videogioco chiamato “Ready 2 Rumble Boxing: Round 2” per PS2 e Sega Dreamcast nel 2000.

Nell’ottobre 1999 la Midway pubblicò “Ready 2 Rumble Boxing” un gioco di boxe comico in stile arcade per il lancio del Sega Dreamcast. Il gioco è stato un grande successo immediato, che è piaciuto allo stesso modo a giocatori hardcore e agli appassionati di combattimenti di boxe, con personaggi che avevano personalità espressive ed esagerate e un unico, iperrealistico stile visivo.

Diverse settimane dopo l’uscita di R2R Boxing, il team ha ricevuto una chiamata da un fan che aveva apprezzato il gioco così tanto che voleva esserci dentro.

Quel fan era Michael Jackson.

Ora, come ogni persona razionale, ero entusiasta di sentire che una celebrità si divertisse a giocare con un gioco a cui avevo lavorato, e ancor di più che volesse partecipare alla realizzazione del sequel. Ma al tempo stesso ero scettico che la celebrità fosse l’unico e solo “Re del Pop” e una delle celebrità più riconoscibili e famose del pianeta!

Tutto lo scetticismo fu messo da parte quando andammo a trovare MJ al Neverland Ranch poche settimane dopo. Fu lì che incontrai MJ per la prima volta. Parlò di quanto si era divertito con il primo gioco e quanto voleva essere nel sequel. Rifiutò di essere pagato per la sua partecipazione e volle seguire il processo che lo faceva diventare un pugile/wresler. Questa non era la prima volta in cui lui era in un videogioco, naturalmente, ma sarebbe stata la prima volta in cui si sarebbe trasformato in un personaggio dei videogiochi 3D. E’ stato possibile utilizzare ora una somiglianza più realistica, catturare (con il motion capture, ndt) le sue mosse di danza, e usare la sua voce.

Michael era un appassionato di videogames. Collezionava giochi arcade e aveva un edificio a Neverland Ranch che era una sala giochi dedicata, dove si giocava gratuitamente. Aveva le macchine classiche degli anni 80 in cui si stava in piedi o seduti, edizioni speciali e console su misura, e anche le più recenti. Ho anche giocato con il suo gioco arcade classico, Moonwalker! MJ mi ha sfidato a “Dance Dance Revolution”, ma io ho rispettosamente declinato. Aveva anche qualsiasi console per videogiochi conosciuta, la maggior parte collegate allo schermo originale tipo chiosco. Abbiamo passato ore a parlare delle nostre esperienze di gioco preferite.

Nell’anno successivo abbiamo lavorato su “R2R Boxing: Round 2”. Come promesso, abbiamo comunicato con MJ da vicino per tutto il processo. Parlavo con MJ quasi ogni settimana e col tempo siamo diventati buoni amici. Alla fine MJ è venuto al nostro studio di sviluppo, a San Diego. Abbiamo chiuso lo studio e trascorso un’intera giornata con lui, registrando il dialogo nel nostro studio di registrazione, fotografandolo con il costume per la struttura del nostro modello del personaggio in 3D, e catturando la sua performance utilizzando il motion capture. Era il professionista consumato che aveva bisogno di poca direzione, e si è esibito con una passione enorme per intrattenere e stupire. E’ stato un giorno speciale per il team di sviluppo aver lavorato con una leggenda.

L’esperienza di quel giorno a cui tengo di più è stato doverlo dirigere per le riprese di motion capture. Ho passato settimane a disegnare a mano lo storyboard delle sequenze che illustra il tipo di passi di danza e le performance di movimento di cui avevamo bisogno per portare il suo personaggio in vita per il videogioco. Ho presentato un raccoglitore pieno di questi storyboard poco prima che iniziassimo le riprese. Lui l’ha guardato per qualche secondo, ha chiuso il raccoglitore e mi ha detto che voleva che lo dirigessi eseguendo le mosse io stesso. In quel momento ero sopraffatto dalla paura di dover “mostrare” i passi di danza a Michael Jackson e terrorizzato dal fatto che il presunto set “chiuso” era gremito da quasi tutto lo staff che lavorava presso il nostro studio che voleva vedere l’interprete principale (MJ, ovviamente) al lavoro.

Mi ricordo di aver camminato fino a lui sul palco, chiudendo gli occhi, ed eseguito la versione più lenta del mondo di alcuni dei passi più famosi di tutta la carriera di MJ in una volta, dieci secondi di performance. Con mio grande sollievo, ha replicato i miei movimenti, nei dieci secondi più sorprendenti e bellissimi a cui abbia mai assistito su un palco di motion capture. Immaginate un designer di videogiochi che coreografa e dirige il più grande ballerino del mondo!

Quando abbiamo pubblicato il gioco, noi del team e le nostre famiglie abbiamo festeggiato con un viaggio a Neverland Ranch. Nel corso dell’anno successivo all’uscita del gioco sono rimasto in stretto contatto con Michael. Abbiamo passato ore e ore a parlare dei nostri giochi preferiti e anche occasionalmente del lavoro che stava facendo sull’album a cui stava lavorando al momento, “Invincible”. Chiamava la mia famiglia regolarmente per salutarci per le feste e farci gli auguri di compleanno. A me e a mia moglie furono dati posti a sedere davnti al palco per vederlo nel suo concerto tributo al Madison Square Garden nel 2001. Quelli sono stati alcuni dei momenti più surreali e magici della mia vita.

Da allora le nostre strade si sono separate. Non ci ho più parlato dal 2001. Negli ultimi due mesi ho cercato di raggiungerlo per augurargli buona fortuna per il suo tour di concerti e magari rivedersi. Volevo davvero fargli vedere il lavoro che abbiamo fatto su “FaceFighter” e sentivo che si sarebbe divertito a giocare al gioco tanto quanto aveva fatto con i giochi “Ready 2 Rumble Boxing”. E’ stato un vero shock per me quando è morto, in particolare per il fatto che stavo cercando di contattarlo di recente. Sono stato rattristato e ho pianto la sua morte tutti i giorni, ascoltando la sua musica e guardando le innumerevoli ore di copertura televisiva. Come un sacco di fan là fuori, anch’io avrei voluto vederlo fare un ritorno trionfale.

Le mie condoglianze vanno alla famiglia Jackson, ai suoi figli, ai suoi amici più stretti e ai fans. Michael era un talento incredibile e un amico gentile e dal cuore buono che a me personalmente manca tanto. La sua eredità continuerà a vivere attraverso la sua musica, gli atti di beneficenza, i suoi giochi e i ricordi di persone come me che possono condividere storie personali e indimenticabili di amicizia.

Em e MJ, dalla foto del team della Midway

Fonte: www.appygamesblog.com
Wikipedia Ready_2_Rumble_Boxing:_Round_2
Traduzione 4everMJJ MJSFansquare forum

Il numero di telefono di Michael Jackson

di Dangerousbadgirl 26 Aprile 2003

Il numero di telefono di Michael Jackson si nasconde nel Codice del Prodotto Universale (UPC) usato per la copertina dell’album Thriller. Questa storia inizia agli inizi del 1984, quando Michael Jackson stava diventanto popolarissimo, cavalcando la cresta del successo con “Thriller” l’album oggi più venduto della storia. Secondo la leggenda i primi sette numeri del codice UPC dell’album sarebbero il numero telefonico privato di Jackson.
I creduloni provarono a chiamare usando il loro codice di zona locale, il codice di zona per Encino, California (dove Jackson ha vissuto), o il codice di zona gratuito ‘800 ‘inserendo il prefisso della propria residenza. Quelli che come prefisso hanno optato per il codice di zona ‘800 ‘ hanno ottenuto il numero di telefono di una donna di nome Barbara Brown Youngstown, Ohio, che ha cominciato a ricevere dozzine di telefonate dopo che Michael Jackson vinse 8 Grammy Awards a Febbraio.
Quasi tutti negli U.S.A. che avevano lo stesso numero di telefono delle sette-cifra ha ricevuto chiamate che chiedevano di Michael Jackson.
Un parruchiere Bellevue Hair in Bellevue, Washington, dichiara di aver ricevuto circa 50 telefonate al giorno nel massimo della diffusione della leggenda metropolitana. Solo pochi anni prima, la canzone di Tommy Tutone “Jenny (867-5309)” ha indrizzato molte persone a fare quel numero creando la stessa leggenda.
Esattamente come la voce abbia cominciato a girare è un mistero, il fascino del grande pubblico per l’individuazione dei significati nascosti nelle copertine degli album e nelle marcature di UPC è forse l’unica risposta. Alcune voci dichiarano che la notizia sia stata diffusa dall’emittente televisiva MTV, ma il responsabile delle pubbliche relazioni di MTV ha dichiato che la rete non ha mai trasmesso un’informazione simile. Anche se le origini specifiche di questa voce sono sconosciute, la scelta di mistero e riserevatezza sull’argometno da parte di Michael Jackson è certamente facile da capire.

Il ricordo di Anjelica Huston «Un bambino sincero e fragile»

di SILVIA BIZIO 7 Luglio 2009

LOS ANGELES – “Michael era come uno sciamano capace di penetrare nei tuoi sogni. Un essere unico al mondo. E’ morto di crepacuore”. Così dice Anjelica Huston, che nel 1986 aveva lavorato con Michael Jackson nel cortometraggio in 3-D Captain Eo, diretto da Francis Ford Coppola e realizzato per Disneyland e DisneyWorld. Un film in cui la Huston interpretava una strega contro la quale Jackson, nel ruolo dell’eroe del titolo, si batteva salvando l’umanità. L’attrice, 58 anni, figlia del leggendario regista John Huston, aveva appena cominciato a riprendersi dal dolore per la scomparsa, lo scorso dicembre, del marito, lo scultore Robert Graham, quando ha saputo della morte di Jackson. “Un altro terribile lutto – dice, raggiunta nella sua casa di Venice – per lui nutrivo un affetto speciale.”

Signora Huston, come ricorda Michael Jackson al tempo delle riprese di Captain Eo?
“Ricordo la prima volta che è arrivato sul set, alle cinque del mattino, era già truccato, bellissimo, un po’ androgino, vagamente alieno. Ero strabiliata”.

Lo conosceva già?
“No, lo avevo visto solo sui giornali o in tv. Ma di persona era diverso. Faceva impressione, in senso positivo intendo. Il modo in cui lavorava, la sua professionalità.., il perfezionismo con cui studiava ed eseguiva ogni coreografia e canzone era ammirevole. Io dopo due ore di trucco cominciavo a spazientirmi, lui non batteva ciglio. Mi prendeva la mano e mi calmava subito”.

A quel tempo Michael era una mega- superstar. Si notava?
“Eccome! Sul set disponeva di una gigantesca roulotte e veniva seguito da un avvocato, dal manager e da guardie del corpo. Aveva il suo chef personale, era come uno sceicco. Ogni giorno riceveva visite di star: il primo giorno di riprese venne a trovarlo Sofia Loren, poi Elizabeth Taylor e praticamente tutte le più grandi dive di quegli anni”.

Diventaste amici?
“Si. Lui era molto dolce e timido. Mi invitava a pranzare nella sua roulotte, dove si divertiva a guardare in tv i cartoni animati. Per certi aspetti era, in effetti, come un bambino, cresciuto solo nel fisico, un vero Peter Pan, introverso, ma anche eccentrico, elettrizzante, si caricava a mille davanti al pubblico”.

Era bravo a recitare?
“All’inizio stentava a esprimere sentimenti come la rabbia, come se nel suo dna non esistesse quel gene. Sapeva invece esprimere il dolore e la tenerezza. Ricordo la mattina in cui, dopo una settimana di macchina da presa rivolta su di me, avremmo dovuto girare le sue scene, ed ero irritata perché aveva preteso che io, pur non essendo “in camera”, recitassi le mie battute completamente truccata e vestita da strega. Eppure, nel momento in cui lui salì sulla piattaforma e cominciò a cantare e ballare, il mio cuore iniziò a battere forte, mi vennero i brividi. Una magia, una forza della natura. Un’esibizione di puro talento che non avevo mai visto prima”.

Lo aveva rivisto di recente?
“Dopo Captain Eo l’ho incontrato solo di rado… Ma, ironia della sorte, l’ho visto circa un mese fa, per caso, nello studio del nostro dermatologo, Arnie Klein. Ci siamo abbracciati e ci siamo rinchiusi in una delle stanze dello studio a chiacchierare per un paio d’ore. Abbiamo parlato di quanto si era sentito umiliato con l’accusa di molestie sessuali. E del dispiacere per la perdita di Neverland, dove aveva vissuto tanti anni”.

Cosa le disse?
“Ricordo le sue parole: ‘Hanno rovinato il mio sogno. Avevo questo sogno, magari infantile e sciocco, di un luogo concepito per celebrare l’innocenza di quell’infanzia che non ho mai avuto, e me l’hanno tolto. Io amo i bambini, non potrei mai fare loro del male. Ho passato tutta la vita ad amarli e cercare di fare cose buone per loro. Una diffamazione, quella di aver fatto dal male a un minore, che mi spezza il cuore. Un dolore insostenibile, sono accuse ingiuste e terribili…’. Mentre diceva queste cose si mise a piangere. Lo strinsi tra le mie braccia. Era così magro e fragile…”

Le parlò dei progetti futuri?
“Mi disse che stava prepaparando i concerti di Londra. Gli dissi ‘ti consiglio di non cancellare nemmeno una serata, se no ti massacrano’. Mi rispose ‘lo so, per questo mi sto preparando al meglio, perché altrimenti non avrò più speranze di tornare e di farmi amare’. Era magro e pallido, ma con tutto il trucco che aveva, perfino per andare dal dermatologo, non si capiva cosa ci fosse sotto. Una cosa posso dire: si sentiva in lui tanto dolore per il passato e tanta ansia e incertezza per il futuro”.

Cosa crede che davvero abbia ucciso Michael Jackson?
“Michael aveva il cuore a pezzi. Per questo è morto. Certo, con l’autopsia troveranno chissà quante cose, farmaci e così via. Ma la verità è che gli hanno spezzato il cuore”.

Che eredità lascia?
“Michael ha cambiato il mondo. Ha cambiato tutto nella vita degli afroamericani, provando che non esiste barriera tra il bianco e il nero. Lui era davvero sia bianco che nero. Ci sono stati altri come Elvis Presley, ma mai come Michael Jackson. Aveva qualcosa di extraterrestre che nessun altro aveva, e nessun altro avrà mai”.

Fonte: repubblica.it